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Davanti a un fuoco di campeggio.

 

L’ultima notte di campeggio io e Andrea abbiamo fatto un rito purificatore e di buon auspicio con il fuoco. È stato intenso, intimo, coinvolgente. Poi abbiamo cantato insieme. Era bello ascoltarla, con la sua voce bassa, sensuale, genuina. Quasi sussurrava le parole. Gli occhi erano luminosi e le mani esprimevano al contempo timidezza ed energia. Aveva uno stile piacevole, semplicemente liberava le sue emozioni, ed io la ascoltavo incantato.
Durante il rito ad un certo punto dovevamo visualizzare quello che volevamo essere da lì a un anno. Non è cosa facile, soprattutto all’inizio, visualizzarsi nel futuro. Come tutti gli esercizi si migliora con la pratica. Io praticavo questo esercizio già da un paio anni, quindi un po’ di allenamento ce l’avevo. Fatto sta che avevo scelto di visualizzarmi mentre cantavo. Prima di chiuderli, gli occhi erano poggiati sul fuoco rosso di tizzoni ardenti. Ero molto preso dal rituale, ispirato.

Ho subito visualizzato la mia faccia barbuta, un gioco da ragazzi ho pensato, basta solo allargare l’inquadratura ed è fatta, ma di colpo l’obbiettivo si è oscurato, come se qualcuno gli avesse messo il tappo. Tutto è diventato buio, ma di un buio dinamico simile ad un tunnel, nel quale ho iniziato ad addentrarmi sempre più freneticamente. Sembrava un’enorme montagna russa con scivoli, deviazioni improvvise, salti nel vuoto che subito riprendono contatto, una lunghissima discesa vertiginosa e adrenalinica su una rotaia di sinapsi senza immagini. Arrivato al culmine delle emozioni, contro la mia volontà non sono riuscito a tenere ancora gli occhi chiusi e ho ritrovato alla vista lo stesso fuoco di tizzoni che avevo lasciato, il cerchio di pietre, i resti anneriti di piccoli rami, il mucchio purpureo di cenere. Mi è apparso come uno spettacolo incredibile, inatteso, anche se era la cosa più ovvia che avrei dovuto aspettarmi di vedere. Morale della favola: niente immagine di me che cantavo.

Quella notte dormivo insieme a Luna nella tenda, ma non avevo sonno. Ho acceso la lampada a batterie e mi sono messo ad osservare un grillo che era con noi. Sono rimasto affascinato dalla perfezione dei muscoli delle sue gambe posteriori. Per evitare di svegliare Luna sono uscito dalla tenda e mi sono buttato sull’amaca. Chiazze di cielo stellato tra le foglie di grandi faggi, silenzio, fresco, immobilità, respiro. E in quel momento, da sola, mi è venuta un’immagine. C’era un grifone gigante, bello, potente. Era legato da robuste funi sulla cima di una montagna, che cadeva a picco per centinaia di metri. Si vedeva il mondo intero da lassù. Il vento era forte e gelido. Libertà e grandezza si mescolavano a solitudine e paura. L’uccello si staccava in volo, ma poteva allontanarsi non più di un paio di metri dalla montagna, poi le corde in tensione lo trattenevano. Non erano tutte solide quelle funi, alcune erano già spezzate e si attorcigliavano al vento come serpenti impazziti, altre erano sfilacciate, altre ancora perfettamente robuste. Era uno strazio vedere l’uccello legato a quella montagna, senza la possibilità di volare come avrebbe voluto. Ma non c’era nessuno che potesse aiutarlo, doveva fare tutto da solo. E lo faceva, con entusiasmo e pazienza. Muoveva le ali, il corpo, le zampe, il becco, per spezzare tutte le corde. Non era disperato, continuava a lavorare con una perseveranza serena. A vederlo come si muoveva c’era da scommettere che ce l’avrebbe fatta.

Quando mi sono svegliato, tra le foglie di faggio il sole si presentava alto e caldo. Il resto della famiglia era riunita a colazione. Mi hanno salutato ed invitato ad unirmi a loro. Ero affamato e felice. Di lì a poco avremmo iniziato a smontare le tende.